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Brocchi in tour con LaSportiva

La storia di una collaborazione, nata nel 2019, che si è potuta realizzare solo oggi: un tour per tutta Italia, insieme.

NASCITA DELL’IDEA

È il Dicembre 2019 quando veniamo invitati per la prima volta in Val di Fiemme da La Sportiva, l’idea è di conoscersi, confrontarsi e buttar giù qualche idea da sviluppare insieme.
Conosciamo i volti dietro al marketing di LaSpo, Fabio e Serena, e visitiamo la fabbrica. Ce ne andiamo con un progetto: fare il tour di LaSportiva nelle palestre di tutta Italia insieme ai Brocchi. Entusiasmo alle stelle.
Il 2020 arriva veloce e noi organizziamo quello che sarebbe dovuto essere il nostro 3° raduno indoor, la data fissata è il 29 Febbraio. Il 21 Febbraio vengono registrati i primi casi di covid in Italia, ad una settimana dall’evento siamo costretti a rimandarlo a data da destinarsi. Neanche a dirlo, quell’evento non verrà più recuperato, annullato per sempre come la nostra voglia di metterci in gioco per creare eventi: troppo rischioso, quasi scorretto in un paese dove la pandemia tornava ad ondate.

Due anni a non fare eventi, con una community che nel frattempo continuava a crescere online, sono stati un bel colpo. Il raduno per noi, è quel momento in cui tutto il nostro racconto si condensa per esplodere in una grande festa: ritrovarsi, conoscersi, scalare insieme, scambiarsi storie d’arrampicata davanti alle birre.

RINASCITA DELL’IDEA

Nel Novembre nel 2021 incontro Francesco Delladio a Milano, la volontà di collaborare è forte e ci promettiamo di risentirci nel 2022.
Ci risentiamo agli inizi dell’anno e mi rimette subito in contatto con il suo team, che nel frattempo stava organizzando i tour europei, compreso quello italiano.
L’intesa è immediata, bastano due call e due mail che il progetto è di nuovo in piedi.
Nelle 11 tappe in Italia, in palestre affiliate LaSportiva, ci saranno anche i Brocchi Sui Blocchi.

Le dieci tappe del tour

Si parte il 30 Aprile alla RockSpot di Milano per il Climb Europe, e poi tutta la prima metà di Maggio in mezza Italia.
Finalmente, dopo due anni ed una pandemia, si torna a vivere le palestre come luogo di aggregazione e non solo di allenamento, si torna a scalare per la voglia di stare insieme, conoscersi e divertirsi.

BOULDERS NO BORDERS

Ma cosa portano i Brocchi per il tour? Bisogna pensare ad un’attività non troppo complessa per le palestre, di facile gestione e soprattutto che sia in linea con il messaggio dei Brocchi. 
Riprendiamo un’idea che ha sempre accompagnato i nostri raduni: blocchi senza grado, per rimettere al centro la voglia di mettersi in gioco a prescindere dalla difficoltà, per spingere le persone a confrontarsi per trovare la giusta methode.
Chiediamo alle palestre la loro disponibilità e intanto ci mettiamo a pensare ad un nome.
Ne escono 3: Boulders No Borders, Blocchi Senza Frontiere e Zero Gradi di Separazione.
Sarà la community a decidere il nome, attraverso un sondaggio sui social.
Boulders No Borders ne esce vincitore e diventa il titolo dell’attività.


Ad Aprile è solo il tempo di comunicarlo a tuttə e prepararsi a partire.

Dopo due anni a non poter fare feste nelle palestre non vediamo l’ora di incontrarvi, conoscervi e scalare con voi.
Questo tour è vostro. Ve lo dedichiamo e vogliamo viverlo con voi.
Ci si vede in giro. 

Amedeo Cavalleri

Perché ci sia Shubert dovete chiederlo al grafico di LaSpo

 

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ULTIME STORIE

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Arrampicare negli anni ’20

Leggendo cosa voleva dire arrampicare negli anni '80, mi sono fermato a pensare cosa vuol dire arrampicare oggi, per noi negli anni '20 della pandemia, della crisi climatica e della guerra in Ucraina.

La spensieratezza di scalare con gli amici in Valle dell'Opol. Ph: Giulia Bussei

È una giornata come tante quella in cui inizio a leggere “Zanzara e Labbradoro”, il libro su Roberto Bassi, uno di quelli che l’arrampicata sportiva in italia l’ha fatta nascere.
Lo scopo che mi sono dato è riprendere il podcast ideato ormai due anni fa, nel primo lockdown, dove parlo di arrampicata partendo dai libri e dalle storiche figure descritte in quelle pagine.
Mi piace raccontare l’arrampicata, sia quella che vivo con i Brocchi, sia quella vissuta da altri. Mi piace il pensiero che le persone, sentendo le storie, si possano rivedere e che la fiamma dell’arrampicata si accenda ancora più forte dentro di loro. La verità è che mi piacciono le storie, mi piace leggerle e raccontarle, quindi in fondo lo faccio per me.

Però stavolta succede qualcosa di strano, leggo le prime pagine e sono costretto a fermarmi.
Il libro parte raccontando i primi anni ‘80, il contesto nel quale si forma l’arrampicata sportiva in Italia: “…la pesantezza degli anni di piombo si fa ancora sentire, la strage alla stazione di Bologna ha segnato gli animi, proprio pochi mesi dopo l’abbattimento dell’aereo di Ustica. […] Jhon Lennon viene ucciso a New York, il terremoto piega il sud Italia e l’anno dopo Papa Giovanni Paolo II viene colpito quasi a morte da un proiettile. […] Gli effetti del boom economico post bellico hanno perso la loro forza. Le rivoluzioni culturali degli anni Sessanta, manipolate dai poteri forti per indebolire le proteste, sono ormai scemate e diversi giovani si sono buttati nelle droghe pesanti…”

Quello che mi porta a fermarmi alla pagina 3 non è quello che leggo, ma quello che mi risveglia dentro. Sento tutta di colpo la pesantezza di quello che sta succedendo alla mia generazione e a quella dopo.
Non che prima non ne fossi cosciente, dopotutto il mio lavoro è raccontare la crisi climatica, è solo che negli ultimi dieci giorni non mi ero davvero fermato a pensare ai recenti sviluppi della guerra in Ucraina, nel quadro più complesso della moltitudine di crisi mondiali. Sviluppi che si riflettono non solo nella crisi di un intero sistema, ma di un’intera generazione.
Crisi climatica, pandemia mondiale, crisi economica, indebolimento delle democrazie occidentali, e ora la minaccia di una guerra mondiale, con lo spettro nucleare che torna a incombere dopo decenni di sonno. È questo il contesto nel quale la mia generazione vive, cerca lavoro, impara ad amare, programma il futuro, studia, arrampica.
E’ così che racconteremo i primi anni ‘20 alle generazioni future. 

Ripenso a me stesso, ai due mesi appena passati e mi accorgo che nonostante io abbia una vita che mi soddisfa, una stabilità sentimentale e un lavoro che mi piace, c’è solo un posto in cui mi sento sempre libero e sereno, un posto in cui non ci sono pensieri che pensano nella testa, dove non esiste l’eco ansia e neanche le notizie su una generazione sempre più disillusa: è l’arrampicata.

L'inutile gesto in Maddalena. Ph: Roberto Mor

Negli anni ‘80, si legge nel libro su Bassi “la voglia di fare qualcosa di nuovo, di sperimentare, di infrangere le regole perbeniste, si allarga come un’onda anche nell’arrampicata. […] In poco tempo si diffonde il free climbing. L’arrampicata libera.”
Erano anni in cui la storia dell’arrampicata era tutta da scrivere. L’idea delle gare nasce in quegli anni e si realizza con Bardonecchia nel 1985, per far capire il livello in quell’anno la via più dura al mondo era “Punks in the Gym” di Gullich, 8b+. Le pareti erano laboratori dove gli arrampicatori creavano le loro vie e tra amori e rivalità andavano a dettare le regole di uno sport nascente.

Sono passati 40 anni e l’arrampicata è un altro mondo; non è più una novità ma uno sport olimpico, per i più c’è poco sia da sperimentare che da scoprire e impensabile è l’idea di poter diventare un atleta iniziando a scalare dopo i15 anni (ma probabilmente ancora prima).
Il grado massimo, 9c, è talmente alto che sono 5 anni che nessuno si avvicina all’idea di ripeterlo, figurarsi aumentarlo, sono state fatte imprese impensabili come il free solo di El Capitan, l’arrampicata indoor e outdoor stanno diventando due sport sempre più distinti.
Eppure una cosa non è cambiata. La ricerca della libertà.
Oggi come negli anni ‘80 arrampichiamo per ritagliarci uno spazio di libertà da una società nella quale non riusciamo a rispecchiarci.

Allora se penso a perché negli anni ‘20 del XXI secolo arrampichiamo direi che lo facciamo per fuggire da una società iper competitiva che ci vuole in perenne lotta gli uni con gli altri. Scaliamo per poter divertirci facendo inutili sforzi in un modello economico dove se non produci non esisti. Scaliamo per non pensare alla responsabilità di dover salvare un pianeta che ci è stato donato sull’orlo del baratro. Scaliamo perché vogliamo vivere il presente in una società in cui immaginare il futuro è sempre più difficile. Scaliamo per ritrovare la connessione con la natura in un mondo che da tempo l’ha dimenticata. Scaliamo perché l’arrampicata e il suo inutile gesto rappresentano, anche se solo per poche ore, la più grande libertà di fronte al compito generazionale di portare avanti un mondo in rovina. 

Arrampichiamo perché una volta tolta la competitività e la ricerca della prestazione ad ogni costo, l’arrampicata è davvero libera.
Oggi come allora scaliamo per “la libertà di arrampicare, la libertà di vivere.”

Amedeo Cavalleri

Fotografie di Giulia Bussei Roberto Mor 

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Su ambientalismo e rispetto

PERCHÉ ESSERE AMBIENTALISTI

Vivere la montagna è una delle rappresentazioni più potenti del vivere in equilibrio con il nostro pianeta. Creature in cerca del proprio habitat più vero, noi arrampicatori, ci ritiriamo nella protezione di queste curve insieme accoglienti e severe ogni volta che possiamo. Qui cerchiamo svago, avventura, i limiti con noi stessi e con le pareti; soprattutto cerchiamo il blocco – o parete – perfetto per svolgere quell’attività che tanto ci piace, arrampicare. Perciò, alla fine, i motivi che ci spingono fin lì sono puramente egoistici, o egocentrici se preferiamo. Allo stesso tempo, però, cerchiamo un elemento fondamentale, quei paesaggi puri e incontaminati, privi della presenza di una civiltà che altrimenti è sempre presente, dove poterci sentire liberə e selvaggə. E in questo sta l’equilibrio: fare ciò che desideriamo, sempre rispettando l’ambiente naturale che ci accoglie.

In virtù di tutto questo, noi arrampicatori abbiamo il dovere di essere ambientalisti. Possiamo prendere posizione e scegliere di scostarci da quel modello consumistico della società moderna che usa il luogo e se ne va, e rivolgerci alla montagna come ospiti itineranti che si inseriscono nella comunità locale e vivono il luogo rispettandone i ritmi e gli spazi. Ecco che allora queste montagne, sentieri, ghiacci e pareti li viviamo; non li consumiamo. In questi luoghi siamo solo di passaggio e cerchiamo di limitare il più possibile il nostro impatto, perché qui ci sentiamo i benvenuti, e onoriamo questa condivisione. 

Bidet della Contessa in Val di Mello © Laura Persavalli

PROTAGONISTI DEL CAMBIAMENTO

La cura che abbiamo per la montagna, come arrampicatori, parte dal nostro impegno nelle scelte di ogni giorno, come individui. Parte da chi scegliamo di sostenere, con il nostro voto o portafoglio, da ciò che mangiamo e indossiamo, da come viaggiamo e da che tipo di energia usiamo a casa e in ufficio. Parte col renderci attivisti per il clima nel nostro piccolo, parlando del cambiamento climatico con chi ancora non lo fa e portando avanti – per primi o da secondi va bene – quelle cause che si battono per il pianeta.

Possiamo tutti essere protagonisti del cambiamento, chiunque noi siamo. Organizzazioni, brand, aziende, politica e associazioni di individui, dobbiamo unirci in uno sforzo comune per affrontare la crisi del nostro tempo, la crisi climatica. Per farlo serve scegliere le opzioni più sostenibili che al momento abbiamo a disposizione e cercare sempre di innovarci, per offrirne di nuove e di migliori.

Valdaone in autunno © Laura Persavalli

LA VIA DELLA SOSTENIBILITA’

Non è necessario essere sostenibili al 200% e, forse, non è nemmeno possibile. L’atto stesso di produrre non è sostenibile in sé, dalle risorse che prende, all’energia che richiede, alla quantità di “cose” in più che immette nel pianeta. Del resto viviamo in un’epoca in cui si sta anche riconoscendo – speriamo – l’importanza per ogni persona di realizzarsi e fare nella propria vita ciò che più le piace. E va da sé che spesso per fare ciò che desideriamo abbiamo bisogno di strumenti adeguati (non è sempre così semplice andarsene in giro nudi).

Ci serve quindi un equilibrio tra quello che è sostenibile per il pianeta nella sua interezza e quello che lo è per noi come persone, sapendo – ovviamente – che per la Terra qualche sacrificio lo dobbiamo fare. Serve essere tutti consapevoli e desiderosi di trovare modi per diventare giorno per giorno un po’ più sostenibili. Perché di questo si tratta: di un percorso, di una via da scalare insieme.
In sintesi, la cosa migliore che possiamo fare è scegliere di cosa abbiamo bisogno in modo responsabile, senza richiedere al pianeta il superfluo, ed essere rispettosi della nostra casa comune e dei suoi abitanti tutti.

Grazie

Fotografie di Laura Persavalli

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Verso la prossima presa

Ogni volta che si prova una linea nuova non si sa se ne risulterà un grande risultato o un terribile fallimento, ma solo mettendosi in gioco si può scoprire, imparare e continuare a sognare.

Davide Borgogno verso la prossima presa in Maddalena © Roberto Mor

Nell’arrampicata, si sa, non si può stare fermi troppo a lungo nello stesso punto, le braccia iniziano a ghisarsi, i piedi a far male e le gambe a tremare, finché, prima o poi, inevitabilmente, si cade. Qualsiasi arrampicatore vi direbbe che è meglio muoversi, alzare un piede, cercare un nuovo equilibrio: correre il rischio di cadere è inevitabile, ma è comunque meglio che stare fermi. Andare oltre il chiodo può fare paura, ma è l’unico modo per arrivare in catena.

Negli ultimi anni abbiamo sempre cercato di muoverci, innovarci, fare cose diverse. Abbiamo fatto proprio di tutto: abbiamo scritto articoli, abbiamo avuto il nostro programma in radio, abbiamo creato un podcast, abbiamo partecipato a eventi di altri e organizzato i nostri, abbiamo viaggiato, raccontato esperienze, cavalcato ogni tipo di social, abbiamo creato una community di arrampicatori stupenda. Ma non ci siamo limitati a fare queste cose, nel farle abbiamo sempre cercato di portare qualcosa di nuovo, un’innovazione o una nuova chiave di lettura. Adesso, dopo quasi cinque anni, è il momento di muoverci di nuovo, alzare i piedi, perdere l’equilibrio e lanciarci verso la prossima presa.

Amedeo Cavalleri verso la prossima presa in Valdaone © Laura Persavalli

Abbiamo deciso di evolverci, dando a Brocchi Sui Blocchi una struttura che possa permetterci di trasmettere i valori della nostra community in modi ancora nuovi. È probabilmente il più grande cambiamento da quando abbiamo deciso di metterci in gioco, e anche per questo abbiamo voluto rifare tutta l’identità, che rispecchi la volontà di proseguire con serietà, ma continuando a non prenderci troppo sul serio. Alla fine, sempre Brocchi siamo.
Tramite progetti più strutturati e collaborazioni vogliamo portare le nostre idee nel mondo (sì dai l’abbiamo sparata grossa). Non sappiamo dirvi con precisione tutto quello che faremo, abbiamo tantissime idee e non sappiamo quante di queste siano realizzabili. Stiamo staccando i piedi da terra su una nuova via che ancora non sappiamo con certezza dove ci porterà; ma in fondo conta più il viaggio della meta.

L’idea che ci spinge è costruire un’alternativa che dialoghi in modo diverso con il mondo dell’arrampicata, dove gli ideali di ambientalismo, inclusività e collaborazione non siano solo bandiere di cui vestirsi all’occorrenza, ma siano il preciso motivo che ci spinge ad agire.
Lo facciamo perché crediamo che la società abbia bisogno di cambiare, ma per farlo bisogna diventare protagonisti di questo cambiamento, non semplici spettatori. Per questo decidiamo di metterci in gioco e sbattere la testa per realizzare i nostri progetti, insieme agli amici e a tutta la grande famiglia dei Brocchi. 

Ce la faremo a costruire qualcosa di nuovo?
Sicuramente ci proveremo con la solita passione e voglia di divertirci che ci ha sempre contraddistinti. 

Fotografie di Roberto Mor e Laura Persavalli

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Brocchi Manifesto

Pubblicato sulla Climbing Travel Guide di Mapo Tapo, il Brocchi Manifesto, tenta di racchiudere in poche righe il pensiero che anima Brocchi sui Blocchi.

Il 99% delle volte l'arrampicata è una sconfitta. Amedeo appeso nella falesia "Never Sleeping Wall" - Viaggio in Sicilia con MapoTapo © Roberto Mor

Se inizi ad arrampicare dopo i 20 anni sai cos’è l’assurda felicità di chiudere le prime vie in palestra; quelle vie su cui i ragazzini dell’agonismo, con almeno 10 anni meno di te, neanche si scaldano; le stesse vie su cui anziani alpinisti delicatamente passeggiano.

Tu sei lì, con i tuoi avambracci perennemente ghisati in quel limbo di chi scala sognando di diventare il nuovo Megos e la consapevolezza di aver usato i tuoi anni migliori praticando altri sport; da una parte l’ardente passione, la voglia di scalare, la necessità di migliorarsi, dall’altra il sapere che tutto questo non ti costruirà un futuro: questi siamo noi, i Brocchi.

Cresciuti sui campetti in cemento, tra una partita a calcio o a pallacanestro. All’arrampicata ci siamo avvicinati tardi, chi spinto dall’amore per la montagna, chi tirato dentro dagli amici.

Ci siamo conosciuti all’interno di una palestra che ormai non esiste più, e abbiamo scoperto uno sport dove la competizione con gli altri non ha, per noi, alcun senso: chiudere una via non impedisce ad un altro di fare lo stesso, e il fallimento bhe… l’arrampicata è 99% sconfitta.

Viaggio e condivisione. Brocchi Sui Blocchi e amici durante il viaggio in Sicilia con MapoTapo © Roberto Mor

C’è però un fattore che non avevamo previsto nell’arrampicata: per quanto essa possa essere uno sport individuale, viverla in condivisione divide la fatica, allevia il dolore nella sconfitta e moltiplica la gioia del successo.

L’amicizia è ciò che davvero ci ha fatto innamorare dell’arrampicata: i viaggi insieme, i racconti, i discorsi sotto la parete, crescere attraverso gli altri, imparare, condividere e confrontarsi: questo è Brocchi sui Blocchi.

Nei viaggi, tra le risate e i momenti di condivisione abbiamo ascoltato, imparato, discusso e ci siamo confrontati su cosa fosse per noi questo sport. Abbiamo scoperto che per noi l’arrampicata non si ferma semplicemente al confrontarsi con la roccia: l’arrampicata è prima di tutto un viaggio, fatto di svase maledette, catene irraggiungibili e birrette ghiacciate; ma soprattutto un viaggio alla scoperta di noi stessi, degli altri e del mondo.

In questo fantastico viaggio che è l’arrampicata non esiste una ricetta giusta, ogni arrampicatore viaggia come preferisce, il nostro mantra è solo uno:

“Avere rispetto”, forse inteso nel concetto più generale di amore, per la storia, per l’ambiente e per le persone.

Amare l’ambiente significa non lasciare tracce, che siano mozziconi di sigaretta, bucce di banana, pezzi di tape o prese modificate; lascio il posto come lo avevo trovato e mi porto via tutto quello che avevo con me quando sono arrivato. Vivo la natura, la amo, la rispetto e la difendo, perché quello che amiamo di questo sport non è solo il gesto, ma anche il luogo dove lo pratichiamo.

Rispettare le persone vuol dire non fare differenze di sesso, genere, etnia, religione, marca di birra bevuta e neanche di grado: siamo tutti innamorati dello stesso sport e questo ci rende tutti e tutte sorelle e fratelli. Questo vuol dire anche avere rispetto dei propri limiti e di quelli degli altri, riconoscere ogni altro arrampicatore come pari, per la passione che condividiamo più che per qualsiasi contrasto che potremmo avere. L’arrampicata è libertà, non esiste un modo giusto di viverla.

Siamo amici, non competitivi, antifascisti, antisessisti, ambientalisti e, anche se siamo scarsi, amiamo raccontarci: questo è il Brocchismo.

Fotografie di Roberto Mor 

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